Gabriele Gherri

Quando ero un bambino, avevo una grande ammirazione per mio padre e per quello che faceva. Ogni sera quando tornava dall’azienda che aveva ereditato giovanissimo da mio nonno nel lontano 1952 e che aveva trasformato in un’operosa officina di costruzione di macchine per l’industria alimentare, ascoltavo con attenzione e curiosità le vicende d’imprenditori originari di regioni lontane, di operai installatori costretti a prolungare d’intere settimane la data di rientro di fronte a clienti ritardatari, aneddoti di trattative infinite con personaggi provenienti dal Sudamerica piuttosto che dall’Asia. L’azienda di famiglia era un naturale obiettivo di vita... passai il liceo convinto che una laurea in ingegneria meccanica sarebbe stata la formazione giusta per dare il mio contributo ma, al momento di decidere, mi sono reso conto della mia propensione per l’ambito commerciale e così scelsi un percorso formativo diverso, con l’obiettivo di occuparmi degli aspetti commerciali piuttosto che della progettazione di macchinari. All’Università di Parma mi sono laureato in Economia e Commercio con indirizzo economico-quantitativo e poi, spinto da una forte propensione all’internazionalizzazione dell’attività aziendale, ho approfondito gli strumenti di Marketing Industriale e la conoscenza della lingua inglese in un corso semestrale negli Stati Uniti. 

Al mio rientro in Italia ho iniziato a lavorare in azienda occupandomi di marketing e di fiere internazionali con responsabilità commerciali per il mercato del Nord Europa, del Nord America e il mercato dell’Estremo Oriente che, negli anni Novanta, era in forte crescita grazie allo sviluppo delle cosiddette “tigri del sud-est asiatico” Filippine, Malesia, Tailandia, Singapore al contrario della Cina, al tempo, mercato chiuso e ridotto rispetto a oggi. In quel periodo facevo molti e lunghi viaggi in questi paesi lontani interessanti dal punto di vista commerciale e affascinanti dal punto di vista culturale. Questi anni “pieni” di voli aerei, di visite alle aziende e di trattative commerciali hanno lasciato in eredità una visione internazionale del business molto utile per gli anni a seguire. 

Alla fine degli anni Novanta la mia famiglia ha deciso di accettare l’offerta di acquisto di un’azienda locale che intendeva integrare a monte la propria linea di macchine con la nostra ed entrare in un contesto di mercato più internazionale. È stato un periodo difficile perché la cessione dell’azienda di famiglia non è mai una passeggiata... agli aspetti puramente tecnici se ne aggiungono altri di grande rilevanza emotiva.

Ma come spesso accade quello che sembra un problema è, alla resa dei conti, un’opportunità: una nuova società, la Gherri Meat Technology S.r.l., non più costruzione di macchine per l’industria alimentare ma di engineering delle linee di produzione con una forte propensione per le collaborazioni con l’estero in cui avevo fortemente investito tempo e risorse nel decennio precedente. Grazie alla consolidata entratura commerciale presso la clientela dell’industria alimentare italiana del settore carne abbiamo avviato importanti collaborazioni con aziende altamente specializzate e localizzate in paesi con grande tradizione d’innovazioni tecnologiche come Germania, Svezia, Danimarca e Giappone. Il mio lavoro si è trasformato, quindi, dalla vendita di tecnologia italiana a clienti esteri alla proposta di tecnologie estere a clienti italiani. I rapporti internazionali sono diventati dal lato dell’offerta tecnica con l’obiettivo di individuare e costruire rapporti a tutto tondo con partner industriali di prestigio. 

Nell’ultimo decennio abbiamo lavorato a un’organizzazione flessibile in grado di fare da collante tra le strutture tecniche dei nostri fornitori e i reparti produttivi di una clientela che, vista la qualità della nostra proposta, si è sempre più connotata con il profilo di aziende alimentari di grandi dimensioni. La squadra di lavoro si è arricchita di giovani capaci con tanta voglia di fare e per creare un ambiente di lavoro quanto più compatibile con il benessere dei collaboratori abbiamo avviato, come società, un innovativo progetto di welfare aziendale come integrazione salariale di secondo livello. 

Il mio lavoro si svolge oggi tra riunioni in e-conference con partner tedeschi, svedesi o giapponesi e frequenti viaggi in auto alla volta dei nostri clienti in compagnia di fornitori che, oramai, sono anche amici che ti raccontano delle scelte universitarie dei figli o della meta delle loro vacanze e con cui spesso mi confronto su come vedono l’Italia e gli Italiani all’estero, trasformandomi in un difensore della nostra vituperata ma sempre affascinante e sorprendente “italianità”.

Anni di confronto con mentalità profondamente diverse mi hanno alla fine fatto apprezzare la dimensione umana, colorata, culturalmente ricca e vivace tipica dei nostri ambienti di lavoro, nonostante gli evidenti punti di miglioramento. Immergersi in realtà a noi lontane e confrontarsi con chi è diverso, aiuta, alla lunga, ad apprezzare le proprie radici e a cercare di dare il proprio contributo per migliorare e restituire quello che, in termini di opportunità, ci è stato concesso.

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