Franco Bernini

Storia normale di un normale docente universitario.

Cercando di ricordare eventi del passato, che mi aiutino a ricostruire e raccontare se pur brevemente il mio percorso di docente universitario, mi vien da riflettere su come non possa avvalermi dell’ausilio di strumenti come le e-mail o lo smartphone, perché naturalmente non esisteva nulla di tutto questo. E mi pongo una domanda più generale. Come sarebbero i nostri ricordi e quindi il nostro presente se fossimo in grado di ricostruire nei dettagli, risalire al giorno e l’ora esatti e magari rivedere le immagini di eventi che ci sono successi decenni fa, magari da ragazzini ai primi incontri amorosi o in passaggi della nostra vita che hanno poi determinato la nostra storia? Adesso, a volte, anche i ricordi più chiari degli eventi del passato sono imprecisi o magari diversi dalla realtà, o almeno diversi dai ricordi di amici o conoscenti che, per qualche motivo, ne sono stati testimoni. In ogni caso, voglio subito precisare che se questa storia può avere un qualche interesse è perché il mio percorso universitario, almeno nelle tappe principali, è del tutto simile a quello di molti miei colleghi, almeno nell’area delle scienze della vita.  Questo non toglie che qualche cosa di avventuroso, tutto sommato, ci sia stata.

Tutto inizia un giorno non meglio precisato del 1976, quando, spinto da mio padre, sono andato a parlare col prof Rodolfo Paoletti, uno dei più noti farmacologi italiani e lipidologo di fama internazionale, che allora era direttore della farmacologia di Milano, chiedendogli di fare la tesi presso il suo istituto e dichiarando la mia disponibilità a restare in laboratorio anche dopo la laurea. Il Professore mi disse che era possibile, che il prof Remo Fumagalli, il mio futuro maestro, aveva bisogno in laboratorio di un aiuto.  Mi disse anche che per fare carriera era necessario impegnarsi molto, non avere orari, studiare, andare negli Stati Uniti per qualche anno. Che era un lavoro dove bisognava essere allo stesso tempo curiosi e pazienti. Io rispondevo di si a tutto e lui mi disse: “bravo! Lei dice si a tutto, ma staremo a vedere”.  Be’, più o meno ho fatto tutto. Così dopo la tesi e qualche anno di borsa di studio nell’84 sono partito per Houston, fresco di matrimonio con Elena incontrata alla scuola di specialità di farmacologia. Durante il viaggio di nozze sostenni l’esame di ammissione al dottorato che aveva sede a Siena. L’esperienza americana è stata fondamentale, non solo dal punto di vista professionale, ma anche personale, è lì che è nato il nostro primogenito Sergio Kevin. Al ritorno a Milano, ho continuato la mia carriera da precario, abbiamo avuto il secondo figlio, Guido Franco, e finalmente nel 1992 ho vinto il concorso, allora era nazionale e la sede fu a Roma, diventando professore associato di farmacologia all’Università di Parma. 

E qui comincia la storia che continua oggi.

Primo incontro, col Direttore della Farmacologia di Parma la professoressa Mariannina Impicciatore, che non era per nulla contenta dell’invasione del milanese, all’inizio non è stato facile, ma devo dire che la prof. alla fine non mi ha mai ostacolato (nel 2001 è stata presidente della commissione del mio concorso da ordinario). Nel 1995 la decisione di rimanere a Parma e trasferire tutta la famiglia, decisione maturata tra giugno e settembre del 1995, in effetti, in famiglia ci fu un momento di panico.

Sono partito da un bancone vuoto di un laboratorio altrettanto vuoto con l’aiuto di una studentessa di CTF in tesi sperimentale, naturalmente non mi è mai mancato l’appoggio di Milano con cui ho tutt’oggi una proficua collaborazione. Ora in laboratorio siamo in nove tra ricercatori strutturati, dottorandi e borsisti più gli studenti in tesi sperimentali, nelle foto di gruppo facciamo bella figura.  Grazie ai giovani che mi hanno circondato e mi circondano ho portato avanti la ricerca e creato un laboratorio che abbiamo chiamato “Farmacologia dei Lipidi”. La nostra attività è focalizzata sul colesterolo e le patologie correlate, come l’aterosclerosi e le conseguenze cardiovascolari, ma ultimamente ci siamo allargati all’Alzheimer, e devo dire per ora con grande soddisfazione. Naturalmente la “grande soddisfazione” è autoreferenziale, nel nostro ambiente, a confronto con certi colleghi sei un genio assoluto, a confronto con altri al massimo fai la figura del bravo artigiano. Io cerco di fare il mio meglio almeno per meritarmi la qualifica di docente universitario a 360 gradi, che oltre all’insegnamento sa creare una scuola di ricerca. Se vuoi far sul serio, l’impegno è notevole, devi avere le idee, trovare i fondi, crescere i collaboratori, curare le collaborazioni anche e soprattutto quelle internazionali. 

La ricerca dei fondi è davvero complessa: bandi competitivi nazionali, internazionali per la ricerca di base o per il trasferimento tecnologico. Spesso devi confrontarti con gruppi di ricerca presenti nel mondo in bandi nei quali la percentuale di successo è nel migliore dei casi del 5%. 

Esistono poi i contratti con le aziende, dove la contrattazione è diretta, ma alle quali devi comunque offrire un servizio competitivo dal punto di vista commerciale. Un laboratorio di ricerca è una vera e propria impresa, e ultimamente la burocrazia ci sta creando non pochi problemi. Non ultimi, ci sono anche tutti gli impegni didattici, sui quali non mi sono soffermato perché sono noti a tutti. Quante volte a metà luglio, se non prima, mi viene chiesto: “Le lezioni saranno finite, hai ancora esami?” sottintendendo che siamo già in vacanza. Non è così, un “normale” docente universitario fa ricerca sempre e quando previsto dal calendario accademico fa anche la didattica, non facile nemmeno questa se fatta bene.  Non posso comunque negare di appartenere a una categoria privilegiata.  Sono, infatti, molto pochi i lavori dove, fatto salvo gli impegni didattici e istituzionali, ti svegli la mattina, ti viene un’idea, vai in laboratorio ne parli con i collaboratori e ci lavori sopra, dove tutti i giorni sei a contatto con i giovani, ne condividi le aspettative, i gusti e magari ogni tanto riesci a insegnargli qualche cosa utile per il loro futuro di ricercatori e non solo. 

Il lavoro del docente dovrebbe essere una “vocazione”. Dovresti conservarne la passione e l’entusiasmo cercando di far sempre meglio e lasciare una scuola di allievi più bravi di te.


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